KEYNES E’ MORTO (E CON LUI, LA POLITICA)

Dal 20 Aprile 2012, il pareggio in bilancio è entrato in Costituzione: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico»; per farlo, ha ottenuto un’approvazione parlamentare altissima (il voto favorevole dei due terzi di Camera e Senato, cioè i gruppi parlamentari di ogni ramo, esclusi Lega e Idv).

Si tratta, tuttavia, non del celebre “pareggio” (eguaglianza secca tra entrate e uscite nel bilancio di uno Stato) ma del più flessibile, almeno apparentemente, “equilibrio”: il deficit sarà possibile, ma solo se “strutturale”, cioè giustificato da particolari situazioni di crisi, e solo se entro certi parametri, consacrati nel Fiscal Compact comunitario, accordo firmato dal governo Monti e già approvato, anch’esso a maggioranza schiacciante, dalle Camere.

L’ introduzione in Costituzione di un simile principio può, con ogni probabilità, considerarsi la morte della politica nazionale e della sua capacità di orientare liberamente precisi indirizzi politico-economici. L’anomalia difatti non è l’esistenza, anche maggioritaria, di un simile orientamento, ma il suo ingresso in Costituzione, che costringerà a rendere possibile (anzi, obbligatoria!) l’eliminazione di ogni disposizione di spesa che possa gravare sul bilancio.

E la novità rappresenta anche un ribaltamento assiologico degli interessi protetti: lo Stato sociale potrà continuare ad esistere solo se i conti sono a posto, il che vuol dire che gran parte delle spese sociali (per l’istruzione, per il sistema previdenziale, per quello sanitario) saranno lecite solo se “coperte”. E’ la fine di ogni politica sociale quando non subordinata a questo principio di contabilità, ma soprattutto la fine di ogni discussione politica sulla gestione della crisi: al momento, l’unica strada, imposta, è quella del rigore.

Ecco perchè si continua a parlare di tagli alla spesa sociale e di tasse e perchè la crescita appare un miraggio: le tradizionali politiche keynesiane sono un tabù; la domanda di beni e servizi (domanda aggregata) dipende dal consumo, e il consumo in tempi di crisi non può che ristagnare, se non si interviene con la spesa pubblica (rilancio dell’occupazione, ricerca tecnologica, un sistema previdenziale non terroristico) o con una minore imposizione fiscale sui ceti meno abbienti.

Forse i politici italiani non lo sanno, e forse invece lo sanno e restano impotenti, ciascuna fazione incapace di prendersi le proprie responsabilità. Come se, d’un tratto, abbiano dimenticato la missione di ogni carica elettiva: governare, per chi è al governo, legiferare, per chi è al parlamento. Una politica assopita, impotente, ignorante , che attende tempi migliori sotto l’egida dei “tecnici” e dello slogan “ce lo chiede l’Europa”. La miglior conferma che la crisi che ci attraversa è tutta politica, prima ancora che economica.

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