SE LA CRISI È CULTURALE

Lo sappiamo, è un mondo in cui non ci si può permettere il lusso di essere “choosy” . In cui vige l’obbligo, per sopravvivere, di inseguire il mercato del lavoro e di prendere quello che capita: perchè il benessere sociale – dicono gli economisti – dipende dalla propensione al consumo e questa – dicono i sociologi – è per tanti, fonte primaria di felicità, assieme al raggiungimento dei standard predeterminati: i parametri di Maastricht prima e del Fiscal Compact, per la stabilità (supposta) dello Stato e del Governo Tecnico; i propri personali obiettivi, per lo più proiezione di desideri e aspettative indotti dalla società, per ciascuno di noi.

Eppure, anche questo sistema, fondato sulla produttività e sulla Crescita a tutti i costi, sta andando in crisi, costretto a fare i conti con una realtà che sempre più parla di deficit, stagnazione, recessione.

E allora le alternative sono due: continuare a perseguire ciecamente il mito del Progresso, continuando a concepirci e a farci trattare precipuamente come produttori e consumatori, e a setacciare minuziamente il bilancio per fare in modo che le entrate superino le spese. Oppure ripensare il proprio sistema di valori, per poi, addirittura, e forse con qualche presunzione, poter aspirare a un nuovo modo di intendere società e Stato.

Forse gli economisti non lo sanno e forse non è di loro competenza, ma non ritengo tesi priva di fondamento pensare che una crescita della società, che ricomprenda in sé anche il benessere materiale, possa poggiare su basi più solide se sviluppata partendo dalla crescita del singolo. In qualità di cittadino, e non più e non solo nella sua diminutio, di consumatore.

Il buon cittadino – vale a dire quello con senso dello Stato – avrebbe chiaro il senso e l’utilità dell’imposizione fiscale, per cui con maggiore difficoltà deciderebbe di darsi all’evasione, con notevole beneficio per le nostre finanze; il rispetto delle regole e il riconoscimento di un interesse generale che vada oltre il particulare, ma che non sia visto come ingiusta sopercheria, diminuirebbe poi i contenziosi legali e quindi le spese di giustizia, altra ingente voce in capitolo in tema di uscite. Sono solo alcuni esempi.

Certo, non è questo il modello che ci è stato insegnato, basato sull’utilitarismo individualistico e sull’interesse personale come ultimo e unico obiettivo; ma questo modello, connesso indistricabilmente con la deregulation del sistema finanziario e il rampantismo privo di scrupoli degli artefici degli hedge funds è in crisi e ha portato all’odierna crisi. Occorre allora insegnare a intendere in altro modo lo Stato, a concepirlo non più come forzatura imposta e da tollerare, ma come punto d’incontro e mediazione di interessi e valori. Dalla crisi si esce anche imparando finalmente a essere buoni cittadini e a collaborare per il bene comune: del resto, è per rispondere a quest’esigenza che nasce lo Stato moderno.

Un ruolo importante e decisivo, a tal fine, è prerogativa della scuola e degli insegnanti. Strano che un governo composto quasi interamente da professori non ci sia arrivato.

Annunci