SOCRATES, O DOUTOR

Talvolta, alcuni accadimenti del nostro quotidiano, pur essendo del tutto irrilevanti, riescono a catturare il flusso dei nostri pensieri in modo così impetuoso da generare, inevitabilmente, riflessioni piuttosto astruse. Durante una di queste, mi sono sorpreso a rievocare un personaggio, che definire banalmente un calciatore è quasi offensivo: Socrates.

Offensivo perché, oltre ad essere un fuoriclasse di fama mondiale, Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato anche un intellettuale d’altri tempi. Figlio di un funzionario autodidatta, Socrates cresce leggendo Platone, Machiavelli e Hobbes. Coltiva sin da piccolo la passione per il futebol, ma prima di diventare un calciatore professionista, si laurea in medicina: «Ho dovuto diventare un bravo giocatore per necessità. […] Giocavo a calcio, ma stavo anche per diventare medico. Da me si aspettavano che fossi il più ingegnoso di tutti. Se non avessi studiato Medicina sarei stato un giocatore più limitato». Un ritratto magistrale del calciatore, a quelli (come me) che ancora non c’erano, lo offre Maurizio Crosetti: «Socrates aveva gambe interminabili e l’incedere regale di un animale selvaggio e solitario. Un metro e 92 di indolenza, a volte un pò leziosa, il viso di un Cristo senza croce inciso da una mappa di rughe. […] Possedeva carisma, oltre alla classe: per questo i compagni della Seleçao lo vollero capitano, lui che pure non era il migliore. La sua specialità, il colpo di tacco: disse che gli permetteva di giocare senza voltarsi, dunque non era genio ma pigrizia, o almeno a lui piaceva metterla così». L’unico limite? «Fumavo e bevevo, sapendo che fa male. Non ero un atleta, avevo solo talento. Non avrei mai potuto praticare sport individuali. Però, nel calcio, il mio non essere atleta era possibile».

Il fatto che Socrates sia riemerso, in modo così folgorante, dai distretti più reconditi della mia mente si deve, però, ad una suggestiva associazione di idee, che ha come termine ultimo d’approdo la celebre DEMOCRAZIA CORINTHIANA: si tratta di un memorabile (nonché inedito) caso di autogestione dei calciatori, mosso dall’esigenza di intendere una squadra di calcio non più come un “sistema fondamentalmente gerarchico”, ma come un nucleo democratico, ove “i membri della rosa e della dirigenza hanno eguale diritto di voto”. Tutto ciò avviene a partire dall’aprile del 1982, quando i calciatori del Corinthians Sócrates, Wladimir e Casagrande rifiutano l’autorità dell’allenatore e avviano un’autogoverno della squadra, che li avrebbe condotti alla vittoria del campionato Paulista. La formazione, l’orario dei pasti, l’abolizione dei ritiri… tutto viene deciso dai giocatori, che votano su ogni questione: «venivano proposte tre soluzioni diverse che poi dovevano essere votate. E si accettava la scelta della maggioranza. Non emersero mai problemi» ricorda anni dopo Socrates, che di quello spogliatoio era leader indiscusso. Ben presto, questa forma di protesta assunse anche una forte connotazione politica: in quegli anni, passati alla storia del Brasile come gli “Anni di piombo” del regime militare, i giocatori del Corinthians indossarono più volte le maglie con i numeri al contrario in segno di protesta verso la dittatura. Nel novembre 1982, inoltre, esibirono la celebre maglia con la scritta «DIA 15 VOTE», esortando la gente a partecipare alle elezioni per la democrazia.

Oggi, di quel laboratorio di democrazia calcistica rimane solo un ricordo nostalgico persino in chi ha appreso tutta questa leggendaria vicenda da racconti e letture. A Socrates, però, devo più di un sorriso, perché per qualche ora mi ha permesso di cullare l’idea utopica di una “democracia” anche nel mio spogliatoio. Ancora oggi, dunque, “O Doutor alleva utopie”.

— «Addio Dottore. Calcio, birra e rivoluzione: l’impareggiabile Socrates», Maurizio CROSETTI (la Repubblica)
— «Futebol»,
Alex BELLOS (Baldini Castoldi Dalai editore, 2003)

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