MEMORIA A BREVE TERMINE

A volte, un popolo non merita quello che la classe dirigente pensa, dice, fa – o disfa. A volte, non solo se la merita, ma è la giusta condanna per scelte pessime degli anni passati.

In questi giorni, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini fanno da onnipresenti comparse nei servizi dei telegiornali, asserendo come il Partito Democratico voglia rubare milioni e milioni di euro al popolo italiano non accettando di accorpare le elezioni regionali a quelle nazionali – idea che è comparsa quasi all’improvviso dopo gli scandali in Lazio e Lombardia e l’annullamento delle elezioni in Molise, legato a dei vizi di forma nella presentazione delle liste e nella raccolte delle firme per le stesse.

Solamente l’anno scorso, il precedente Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, negava l’autorizzazione al cosiddetto election day, ossia all’unione delle elezioni amministrative e dei 4 referendum, relativi a temi quali la mercificazione dell’acqua, l’uso del nucleare e il legittimo impedimento a comparire in tribunale per i membri del governo. L’allora  Ministro parlava di “tradizione” per riferirsi alla sua scelta.

Nel 2009, si sono tenute le elezioni europee, le amministrative e 3 referendum, relativi alla possibilità o meno dei partiti di allearsi in grandi coalizioni per ottenere il premio di maggioranza e alla facoltà, per il candidato, di presentarsi in tutti i collegi elettorali o solo in uno. Sempre l’allora Ministro Maroni tentò di posticipare i referendum – che per legge si devono calendarizzare tra il 15 aprile e il 15 giugno -, quindi si fece così: le europee si tennero tra il 6 e il 7 giugno, insieme alle amministrative in Italia; il 21 e il 22 i referendum e gli eventuali ballottaggi: la famosa tradizione di cui sopra.

La scusa ricadde su motivi di praticità: in alcune città, il cittadino avrebbe avuto in mano ben 7 schede. Il risparmio, sempre per l’allora Ministro Maroni, sarebbe stato “di soli 127 milioni di euro”, e il PdL, di cui era alleato, lo appoggiava, perchè la Lega Nord minacciava la caduta dell’esecutivo – se avesse vinto il “sì”, la Lega era in pericolo, politicamente parlando.

Lasciando da parte il fatto che la somma che si spende per le persone che lavorano nei seggi – e  il compenso aumenta all’aumentare del numero di schede, ma non supera un tetto di 170 €; se non si accorpano, tuttavia, la cifra può duplicare – e per schede elettorali, matite, gomme, penne, documenti vari e urne, secondo varie fonti, è tra i 300 e i 400 milioni di euro, in questi giorni la Lega vuole accorpare le elezioni, con UdC e PdL.

Cambiare idea è lecito; l’importante è ammetterlo: non si può far leva sulla crisi mondiale per nascondere fini prettamente politici. E non ci si può dimenticare, per il bene comune, quello che è successo, che si detto e fatto. Sarebbe da stupidi.

Annunci