IL CUORE DELLO STATO

“Il cuore dello Stato” è un’azzeccatissima definizione tratta dall’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini: «PRO PATRIA». Il cuore dello Stato è il carcere, ossia quel «luogo dove lo Stato si dimostra per quello che veramente è». E sicuramente, oggi, ciò che siamo mette i brividi.

Pochi giorni fa ho avuto l’occasione di partecipare ad una “visita guidata” alla casa di reclusione di Padova: sebbene mi trovassi in uno dei penitenziari più moderni e decorosi d’Italia, era impossibile non avvertire l’angoscia, l’impotenza, il senso di costrizione che traspirava da quelle pareti. Per carità, pareti bellissime, adornate con una serie di dipinti famosi o con foto raffiguranti le iniziative per i detenuti. Ma pur sempre pareti, da intendersi come ostacoli, barriere, confini fra due mondi in totale antitesi. E questo, pur essendo ben lontani dall’ala dove alloggiano i detenuti, lo si percepisce immediatamente: mai, prima d’allora, un semplice muro aveva suscitato in me un senso di soffocamento, di oppressione così profondo ed evidente.

Decisamente più intenso è stato, poi, l’incontro con alcuni detenuti, intenti a svolgere le loro attività lavorative. L’Amministrazione Penitenziaria di Padova, infatti, è una delle poche in Italia a garantire un trattamento rieducativo incentrato sul lavoro, grazie ad alcune cooperative che organizzano attività produttive o di servizi, impiegando le persone recluse. Così ho incontrato i primi detenuti: con i camici e le mani sporche di lavoro. Un’immagine ben diversa da quella, in genere, ipotizzata all’esterno. Nei loro sguardi, nei gesti, nelle parole si leggeva uno stupore quasi infantile: alcuni erano persino sorpresi dal taglio delle nostre giacche o da quello dei nostri capelli. Tutto, in loro, rivelava una totale mancanza di contatto con la realtà esterna. Ciononostante, gli effetti positivi del lavoro erano evidenti: i detenuti sottratti alle conseguenze negative dell’ozio, non solo fruiscono di un trattamento rieducativo, ma riescono anche a ricavare un guadagno, con cui soddisfare le loro necessità e sostenere la famiglia. Tornano, in altre parole, a sentirsi uomini. Ma non tutti hanno questa possibilità…

I detenuti “inattivi” vivono in condizioni disumane. Pur essendo un carcere modello, il Due Palazzi soffre, al pari di altri penitenziari, il problema del sovraffollamento. La struttura, nata per ospitare circa 600 persone, ne contiene quasi 900: molti detenuti vivono a gruppi di tre, in stanze singole strettissime, con letti a castello accatastati alle pareti ed il wc nello stesso ambiente, senza alcuna separazione o copertura dal resto della cella. In simili condizioni diventa difficile distinguere la durata di una giornata da quella di una settimana, diventa difficile distinguere un dannato da un condannato e, a lungo andare, diventa difficile persino rimanere lucidi, razionali, vivi…

Ecco perché, dopo quella visita, adesso sposo anch’io il “Manifesto contro l’ergastolo”, lanciato dalla fondazione Veronesi, di cui riporto un estratto: «l’ergastolo è una pena molto più dolorosa e disumana della pena di morte. Spesso un ergastolano è un uomo ombra, perché pensa di essere morto pur essendo vivo, perché vive una vita senza vita. Mentre a ogni persona detenuta dovrebbe essere riconosciuto il diritto a una speranza». Se, come recita l’articolo 27 della Costituzione, «le pene devono essere tese alla rieducazione del condannato», allora, per essere giusta, una pena dovrebbe avere una fine, «perché una condanna che non finisce non potrà mai rieducare nessuno». Al massimo può tramutarsi in una forma di pena capitale spietata…

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