DON MILANI, IL “CATTOCOMUNISTA”

Si continua a parlare di ’68, ma ormai poco o nulla si dice di uno dei suoi padri ispiratori: il sacerdote Don Lorenzo Milani; morto giusto l’anno prima, il tempo di scrivere e redarre, con i ragazzi della sua scuola, “Lettera ad una professoressa”. Il testo è una lunga denuncia dell’intero sistema scolastico italiano del tempo, poi ripresa dal movimento studentesco: maestri e professori non aiutano né premiano i progressi dei “figli dei poveri”, proseguendo nel loro programma e lasciandoli indietro. Per poi, naturalmente, bocciarli a fine anno.

Già l’incipit è sconvolgente, semplice e al contempo letterario: Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.
Il contenuto è evidente: l’atto di accusa di un “reietto” che, senza il soccorso della scuola popolare di Barbiana, sarebbe stato immediatamente risucchiato nei campi, e che invece può vivere l’esperienza di un’istruzione nuova e della quale si ritrova parte attiva.

E lo stesso stile si presenta rivoluzionario: asciutto, privo di paratassi, congeniale ai “figli dei contadini”, cioè senza fronzoli e nemmeno una parola inutile. Del resto, è l’esempio della scuola di Barbiana: “A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti (…) Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo”. Anche se “A giugno del terzo anno di Barbiana mi presentai alla licenza media come privatista. Il tema fu: Parlano le carrozze ferroviarie. Ma davanti a quel tema che me ne facevo delle regole umili e sane dell’arte di tutti i tem­pi? Se volevo essere onesto dovevo lasciare la pagina in bianco. Oppure criticare il tema e chi me l’aveva dato. Ma avevo quattordici anni e venivo dai mon­ti. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni.”

Era la missione di Don Milani e della sua scuola: insegnare a Gianni e ai tanti ragazzi come lui “svagato, allergico al­la lettura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno”, salvarli dall’analfabetismo e da un troppo anticipato contatto col mondo del lavoro, cioè col mondo delle fabbriche. E, magari, poter permettere loro, un giorno, di essere al passo con quelli come Pierino, il figlio del dottore.

“Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: «Non si dice lalla, si dice aradio”.

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