TRATTATIVE DI CASA NOSTRA

Non ho alcun titolo, né tanto meno le conoscenze necessarie per partecipare al recente dibattito sul conflitto di attribuzione sollevato dalla presidenza della Repubblica contro la procura di Palermo. Inoltre, devo ammettere che la (tanto discussa) sentenza della Corte Costituzionale, non ha suscitato grande interesse in me, poiché mi trova ancora fermo allo stadio precedente.

Per anni ho vissuto con l’illusione che fra il bene ed il male ci fosse una linea di demarcazione ben definita. Il male esisteva e si manifestava in molteplici forme, (tutte) riconducibili a figure criminali, opportunamente contrastate dalle forze dell’ordine, dalla magistratura, dal governo: in altre parole dallo Stato. Quello stesso Stato di cui ho sempre avuto una concezione solenne e riverente, ispirata non tanto dai retorici sermoni di educazione civica, ma piuttosto dall’abnegazione mostrata da certi valorosi cittadini, che del nostro Paese sono stati fedeli e devoti servitori. Per me, pur avendo fra i suoi caratteri costitutivi l’impersonalità, lo Stato ha sempre avuto il loro volto.

Crescendo, poi, ho appreso dell’esistenza di parecchie figure “deviate”, che avevano deciso di tradire lo Stato per servire l’antistato, sfruttando i loro incarichi lavorativi. In questi casi, la linea di demarcazione si faceva sempre meno nitida, ma si trattava pur sempre di episodi isolati, delle cosiddette mele marce.

Quanto emerso ultimamente, però, priva la mia fiducia incondizionata nello Stato di ogni fondamento. Perché prima di parlare di Mancino, di Napolitano o della Procura di Palermo… io devo riuscire ad accettare dei fatti, molto gravi, riscontrati di recente. Devo riuscire ad accettare che in Italia, nel mio Paese, dopo anni di imperdonabile silenzio, possa improvvisamente emergere l’esistenza di una trattativa fra lo Stato e Cosa nostra, inizialmente definita “fantomatica”, poi ritenuta “presunta” ed ora accertata come autentica.

Una trattativa, ossia una «discussione in cui le parti interessate alla conclusione di un affare, di un patto, di un accordo si scambiano e valutano le reciproche proposte». Lo Stato tratta con la Mafia, la Mafia riceve proposte dallo Stato. Mafia e Stato sono due parti interessate alla conclusione del medesimo affare. Un affare di Stato ed un affare di Mafia possono essere la stessa cosa.

Queste banali associazioni mentali scorrono, impetuose, dentro di me. Ciononostamte, seppur con grande difficoltà, cerco ancora di capire, di comprendere, quasi di giustificare certe (devi)azioni. Ogni sorta di argine, però, cede clamorosamente, quando il flusso dei miei pensieri prosegue con altre associazioni: se un affare di Stato ed un affare di Mafia possono essere la stessa cosa, un ostacolo per un affare di Mafia, può esserlo anche per un affare di Stato? E ancora, se la Mafia rimuove i suoi ostacoli con l’esplosivo, può lo Stato agire nello stesso modo? In altre parole, può una Strage di Mafia essere anche una strage di Stato?

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