GIANNI BRERA, IL VASARI

Gianni Brera

«Sarà che noi maschi abbiamo una fame di epica che ci porta via», come sostiene D’Orrico. Sarà che l’immediatezza del nostro tempo, ha stravolto totalmente il modo di “fare” giornalismo sportivo. Fatto sta che oggi, a vent’anni dalla sua morte, il ricordo di Gianni Brera suscita un velo di nostalgia persino in coloro che, all’epoca di quel drammatico 19 dicembre 1992, erano appena che degli infanti.

Per un’intera generazione di italiani, Gianni Brera è stato un poeta prestato al giornalismo, uno straordinario cronista, capace di dipingere nell’immaginario collettivo quelle imprese sportive, cui solo in pochi, all’epoca, potevano assistere dal vivo. Già, perché come ricorda Sconcerti, «una volta il calcio lo vedevano pochissimi (quelli che andavano allo stadio), la stragrande maggioranza si doveva accontentare delle cronache dei giornali e delle radio che raccontavano cos’era successo». Altri tempi.

Per un’altra generazione di italiani, la successiva, Brera è stato invece uno storico, una sorta di Giorgio Vasari dello sport. Leggendo i suoi articoli, in questi vent’anni, molti giovani hanno rivissuto pagine memorabili di un altro calcio: quello dei nostri padri. L’Inter di Herrera, il Napoli di Maradona, il Cagliari di Riva, l’Italia di Berzot, la Juve di Trapattoni, il Milan di Rocco. Come il Vasari, Gianni Brera ha descritto con cura e (rara) maestria le prodezze degli “artisti” del passato, esaltandone i vezzi e le peculiarità attraverso uno stile inedito, costellato da innumerevoli neologismi e citazioni dotte. Come scrisse Gianni Mura, «con coscienza e scrupolo artigianale» Brera aveva ideato «una lingua viva, piena di venature, di rimandi, come uno che aveva letto Runyon, ma anche Folengo».

Oggi, invece, «il racconto è stato scippato dall’immediatezza della TV», come ricorda Oliviero Beha. Lo sport odierno non è più da raccontare, ma quasi da sezionare: ad esempio «la discussione sul calcio è ufficialmente il più grande argomento di conversazione nel mondo. Se ne occupano tre miliardi di persone ogni giorno, un abitante del pianeta su due» (Mario Sconcerti). Raccontare, dunque, è ormai quasi inutile. Tutti vedono, tutti sanno. Forse è per questo che veniamo tempestati da «articoli “buoni per il popolo bue” e “orazion picciole” senza alcun impegno per chi le pronuncia e per chi le ascolta»…

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