INGROIA, LA RIVOLUZIONE SFUMATA

Il dado è tratto: Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della procura distrettuale antimafia di Palermo, ha finalmente sciolto la riserva e deciso di candidarsi a premier. Lo fa con una sua lista, “Rivoluzione Civile con Ingroia”, che unisce il movimento arancione con un filotto di partiti della sinistra radicale.

È per me una grande delusione.
Intendiamoci: Ingroia merita rispetto.È un magistrato coraggioso. Dentro al pool di Falcone e Borsellino quando ancora chi ne parlava non sentiva in loro presenza aroma di gelsomino e, anzi, più spesso li degradava al rango di “professionisti dell’antimafia” (ingloriosa definizione di Sciascia, che poi fece ammenda). È stato fra i primi ad indagare nel profondo tra i liquami della mafia più pericolosa: quella dei “colletti bianchi” e che si mescola, fino a confondersi indistricabilmente, con la politica. Fino a inoltrarsi in uno dei meandri più oscuri della nostra storia, quella strage di Via d’Amelio nella quale oggi vede il segno di una trattativa tra Stato e mafia.

E tuttavia, ritengo il suo gesto la negazione di quella rivoluzione civile che oggi annuncia e di cui vuole farsi portatore.
Ingroia ha concluso l’indagine sulla trattativa a fine luglio, per collocarsi fuori-ruolo e accettare un incarico internazionale in Guatemala. Già questa per taluni scelta improvvida, considerando l’importanza dell’inchiesta che andava conducendo in Italia e i recenti e ancora non sopiti clamori mediatici.

Ebbene: il suo incarico in terra straniera sarebbe durato un anno. E, invece, rieccolo in Italia, dalla quale peraltro, almeno a livello mediatico, pare non essersi mai mosso a giudicare dalla frequenza di sue esternazioni.

E allora la rivoluzione sarebbe stata probabilmente un’altra: che, per la prima volta, un italiano avesse deciso di non far fruttare il suo quarto d’ora di popolarità per buttarsi in politica, preferendo alle luci della ribalta il tener fede ai propri impegni e lo svolgere con coerenza la propria professione.
Questo sì, che sarebbe rivoluzionario: mettere a tacere le proprie – e legittime – pulsioni al protagonismo per onorare il proprio lavoro. E Ingroia, in più, ha l’aggravante, perchè questo suo gesto corre un rischio affatto peregrino: che tutto quanto sinora svolto, inchiesta sulla trattativa inclusa, si ritrovi a posteriori scolorato o, peggio, considerato un improprio trampolino di lancio per ambizioni altre, un esibizionismo studiato e opportunista.

Perché in questo Paese, gli eroi non ci mancano. Tra duci infaticabili, uomini della provvidenza e improbabili unti dal Signore, ne abbiamo avuti a bizzeffe.
Quello che ci manca non è la rivoluzione, ma il suo opposto: una sana e onesta normalità.
In cui ciascuno faccia il proprio dovere. In cui ciascuno faccia con dignità il proprio mestiere, fino all’ultimo. Eccola qui, la vera rivoluzione civile.

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