IL CALCIO IN TEMPI DI CRISI

Pallone bucatoLa grottesca contraddizione insita in alcune recenti dichiarazioni politiche tende sempre più a trasformare l’attuale disputa elettorale in una fantastica giostra di paradossi. Così, se fino a pochi mesi fa la crisi economica costituiva un’immane tragedia per tutto l’Occidente, oggi, a quasi un mese dal voto, si scopre che, in Italia, questa fase di recessione può addirittura tramutarsi in una “incredibile opportunità per il nostro Paese”. «Basta saperla gestire» dicono, prima di concludere con il più classico dei «vota “l’agenda” di Antonio».

Ora, al di là del disinteressato quanto repentino cambio d’opinione, una riflessione sul merito della questione andrebbe fatta, anche se non necessariamente da un punto di vista tecnico. Prendiamo il calcio italiano, ad esempio. Il nostro campionato vive una fase di ridimensionamento senza precedenti proprio a causa della crisi, che ha ridotto drasticamente la possibilità di investimento delle società italiane. Questo implica non solo l’impossibilità di operare nel mercato con l’efficacia ed il vigore degli anni d’oro, ma anche la necessità di alleggerire sensibilmente il monte ingaggi. In altre parole: addio ai top player, dato che non si possono più acquistare, né mantenere (la cessione di Sneijder al Galatasaray è l’ultimo “doloroso” esempio).

Questa fase di profondo ridimensionamento, tuttavia, ha avviato una presa di coscienza collettiva sulle scellerate esagerazioni che, negli anni, hanno aberrato il nostro calcio. Oggi, per evitare il collasso, gli investimenti sono molto più limitati e, perciò, mirati alle strutture (stadi di proprietà e cittadelle dello sport) e ad un altro target di giocatori: i futuri top player. Non a caso, mai come in questa sessione di mercato, i grandi club italiani hanno rivolto la loro attenzione sui giovani talenti della Serie B o dei propri vivai. Si corre ai ripari, quindi, mostrando un maggiore apprezzamento per i “beni di cui già si dispone” o riducendo drasticamente le spese futili. Come accade nella vita reale, d’altra parte.

Per questo, la mia sensazione è che la crisi di oggi abbia avviato una fase di lenta ripresa del nostro calcio, che però ci sta restituendo, sin da subito, uno spettacolo più sano ed equilibrato, più dignitoso. Non ci sono più le grandi stelle del passato, certo, però è come se il calcio venisse declinato in modo più autentico…e questo credo che, in barba all’assenza di molti campioni, stia riavvicinando molti delusi di questo sport.

La crisi, dunque, può effettivamente essere un’opportunità per ripartire, per recuperare un po’ di quella programmazione che nel calcio, così come in settori molto più nevralgici, sembra sempre mancare in Italia…

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