L’ITALIANO CHE VORREI

Metto subito le mani avanti: questo articolo è un elogio a Marco Travaglio. Un elogio alla sua indiscutibile, spettacolare e disarmante, proprietà di linguaggio. Volto noto di Annozero ora Servizio Pubblico, vicedirettore del Fatto Quotidiano, scuola Montanelli. Un giornalista suis generis.

In un panorama nazionale dove, lo abbiamo visto alcuni articoli fa (Italiano che fatica), la grammatica sembra un’opinione, e dove soprattutto a nessuno sembra importare, Travaglio gioca con la nostra lingua sfoderando una naturale maestria per costruire l’impalcatura delle sue rubriche e dei suoi interventi televisivi. Mi ha sempre affascinato la sua capacità espositiva che ostenta con sicurezza e presunzione e il fatto che, pur parlando di politica tendenzialmente giudiziaria, la quale richiede una terminologia specifica, i suoi discorsi risultino sempre lineari e comprensibili.

È difficile trovare in televisione giornalisti (per non parlare di persone in generale) in grado di argomentare le proprie opinioni come fa lui. Le ultime chicce che ho sentito uscire dalla bocca di Travaglio vengono dal programma Bersaglio Mobile di Mentana di cui era ospite:

Nei tre interventi della puntata (in modo particolare nell’ultimo) emerge che la bravura di Travaglio risiede anche nel saper utilizzare una serie di piccoli accorgimenti retorici che focalizzano l’attenzione del discorso dove lui crede sia più opportuno e non lasciano dubbi all’interpretazione. Cristallini emergono infatti i suoi pensieri quando espone le sue idee, sia nel momento in cui parla di “berlusconismo SUPERSTITE” sia quando afferma che “il programma di Grillo è vago esattamente come sono vaghi i programmi degli altri partiti politici, e quando entrano nel dettaglio sono BUGIE DETTAGLIATE”. Termini di un certo rilievo non mancano ma, come detto precedentemente, si inseriscono come tessere di un puzzle nel discorso la cui comprensione non viene minimamente intaccata: “PLETORA di personale […] in tutto l’INDOTTO della politica”.

Abilissimo nello sfruttare ogni singola sfumatura di parole che nella semantica comune sarebbero quasi interscambiabili “un’opposizione né RICATTABILE, né CONDIZINABILE, né MANOVRABILE”; azzeccatissimi sempre gli accostamenti inconsueti od opposti di sostantivi/aggettivi come nell’espressione “devianza criminale”, “economia criminale” o nella frase “ricchi che rubano in un paese dove i poveri onesti mantengono ricchi disonesti”. Le anafore “MANAGER voraci, MANAGER incapaci, MANAGER ladri” non lo spaventano; tanto meno lo spaventa l’utilizzo di un linguaggio aspro per descrivere persone di rilievo: “pazzo populista” per Grillo, “toga giustizialista” per Ingroia, “formidabili distruttori di denaro pubblico e di valore economico” per gli imprenditori che poco dopo vengo apostrofati come “PRENDITORI e MAGNAGER”. Sinonimi e contrari, retorica, stile oratorio, sarcasmo pungente e lucidità nell’analisi contraddistinguono decisamente il suo modo di “narrare”. Insomma, un irriverente, impenitente e arrogante principe dell’italiano. Dalla sua, non c’è dubbio, ha anche un tono di voce ipnotico e uno sguardo infinitamente magnetico.

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