PAPÀ CASTORO RACCONTACI UNA STORIA

Ho perso interesse per questa campagna elettorale lo scorso 31 gennaio, deluso dall’evidente assenza di contenuti nel dibattito politico. Da un lato c’erano gli eccessi di Grillo e le sparate di Berlusconi, dall’altro il grigiore di Monti e l’inerzia di Bersani. Un mese prima del voto, inoltre, credo che il risultato delle urne fosse già ampiamente ipotizzabile: Bersani vincitore, ma non abbastanza per governare, Berlusconi autore dell’ennesima rinascita, Grillo grande rivelazione. A sorprendere, semmai, sono le proporzioni con cui questo scenario si è profilato: impensabile una rimonta di Berlusconi così poderosa da sfiorare, addirittura, la vittoria, ed altrettanto impensabile il primato del Movimento Cinque Stelle a Montecitorio. Ma al di là dei numeri, i risultati non hanno tradito il pronostico: il “quadro di sostanziale ingovernabilità”, tanto temuto in questi mesi, si è puntualmente delineato in tutta la sua drammaticità.

Ciò che davvero rammarica è però la genesi del voto: gli italiani hanno dimostrato, ancora una volta, una “naturale tendenza a spogliarsi della propria libertà personale” per affidarsi ad un unico capo, un master and commander capace di guidare la nave fuori dalla tempesta. Questa tendenza ha caratterizzato diverse tornate elettorali, al punto da diventare, secondo molti, un tratto peculiare del voto italiano. D’altra parte, come ricorda Corrado Augias ne «Il disagio della libertà», in novant’anni di storia, dal 1922 al 2011, abbiamo avuto il Ventennio fascista e il quasi-ventennio berlusconiano: per quasi metà della nostra storia nazionale abbiamo scelto di farci governare da uomini con una evidente e dichiarata vocazione autoritaria.

Si tratta, dunque, di una inclinazione congenita del nostro paese, rafforzata dalla delicatezza dell’attuale fase storica: gli italiani si sono presentati alle urne molto ansiosi per le sorti del Paese. Ma questo non li ha spinti ad informarsi, ad interrogarsi, a pretendere di più, anzi… sono apparsi fragili, stanchi e molto provati dalla crisi economica. Perciò si sono affidati a Grillo e Berlusconi, ai loro grandi proclami, alle loro ricette giuste, immediate ed indolori.

«Questo paese ha un disperato bisogno di lasciarsi raccontare una favola», disse Beppe Severgnini durante un’intervista alle Invasioni Barbariche: era il 31 gennaio 2013.

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