TENETEVI PURE LE MIMOSE

«Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per  la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le ali che le avete tagliato;
per tutto questo
in piedi, signori, davanti ad una donna.
»

In occasione della festa della donna, esattamente una settimana fa, questa frase – attribuita a Shakespeare – è circolata sulle bacheche dei miei contatti femminili di Facebook. Esclusivamente quelli femminili.

La mattina stessa, tra una lezione e l’altra in facoltà, ho captato stralci di conversazioni tra compagne di corso che si facevano gli auguri, si mostravano le rispettive mimose ricevute dai partner, progettavano un’uscita serale “solo tra donne, questa è la nostra giornata!”. Ridevano, come se quella fosse una mera festività e non una giornata volta a ricordare sì le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, ma soprattutto le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo.

L’otto marzo non è un’occasione per vedersi con le proprie amiche e assistere ad uno squallido spogliarello maschile (de gustibus non diputandum est, ma personalmente è un’usanza che mi mette addosso solo una gran tristezza) né il mazzetto di mimosa venduto dagli ambulanti ad ogni angolo di strada.
L’otto marzo è un segnale d’allarme, una data spinosa, un rigirare il dito nella piaga; come il diciassette maggio, la giornata mondiale contro omofobia e transfobia, sta lì a ricordarci che c’è ben poco da festeggiare e ancora molto da fare: diritti da conquistare, pregiudizi contro cui lottare, torti a cui rimediare, umiliazioni e violenze da vendicare.

Negli anni delle scuole medie e successivamente delle superiori, ho avuto il piacere, diciamo così, di vedermi puntualmente offrire una mimosa da parte dei compagni di classe maschi. Sul momento ammetto di essermi sentita lusingata, poiché la galanteria è una virtù che va sempre più perdendosi; peccato però che al gesto simbolico non siano mai seguiti dei concreti tentativi di mostrare un poco più di stima e considerazione nei confronti di noi ragazze. Non intendo accusare nessuno di loro di maschilismo becero; semmai di ipocrisia, o al limite di disinteresse.

Mi ritornano in mente il ragazzino che pensava di potersi prendere gioco di me per via della mia secchionaggine, quello che sosteneva di venirmi dietro ma che nel frattempo non si faceva scrupoli a mettersi con questa o quell’altra coetanea per poi tradirle e mollarle di lì a breve; il compagno di classe che ci provò spudoratamente con me, facendomi credere di essere interessato alla mia amicizia, e che sparì di punto in bianco non appena capii il suo gioco e smisi di dargli retta.

A distanza di anni vorrei prenderli da parte, uno per uno, ed esigere le loro scuse; per avermi trattata come l’ultima delle stupide o come una vagina ambulante, per avermi mancata di rispetto in quanto donna (ed essere umano). Delle loro mimose non ho mai saputo che farmene.

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