FEUERBACH E CUOCHI E FIAMME

cuochi
Impazza ormai da anni il fenomeno della cucina in tv: i programmi ormai si sprecano e, con loro, anche reality e talent show. Ma quello di cui oggi voglio parlare è, a mio parere, un prodotto televisivo diverso. Molto lontano dalle logiche standard del mercato, nostrano e non, e dal motto “siamo ciò che sembriamo (sullo schermo)”, “Cuochi e Fiamme”, visibile su la7 e la 7d, non si piega ai luoghi comuni televisivi, e poggia sul più solido “siamo ciò che mangiamo”, di Feuerbachiana memoria. Il format va infatti ben oltre il semplice intrattenere parlando di cucina: i protagonisti sono i due concorrenti, sempre diversi, guidati dall’abile Simone Rugiati, e in misura forse maggiore, i componenti della giuria.

La cucina c’è, ma non è sola: parlando di portate e ricette, impariamo gusti, ingredienti preferiti e portate degli sfidanti, temperamento, modi di fare e di cucinare. Perchè quando si prepara un piatto è più difficile fingere e ogni scelta culinaria è parziale svelamento, indizio preciso del carattere che vi si nasconde. Il discorso vale forse ancor più per i giudici: Chiara Maci, Riccardo Rossi, Fiammetta Fadda, da qualche settimana temporaneamente sostituiti. Perchè, in fondo, è difficile fingere, indossare una maschera parlando di cibo: così la Maci appare per quello che, probabilmente, è: una giovane donna. Giovane perchè pienamente inserita nel suo tempo: giunta alla ribalta grazie al suo blog, propone una cucina sana ma veloce, fatta di tempi rapidi, perfettamente in linea con quelli del precariato e dei mille impieghi tutti part-time. Lo stesso vale per Riccardo Rossi – uomo di teatro, istrionico e ironico: a tavola amante della tradizione, con le passioni e le fisime di un cinquantenne del ceto medio nato e cresciuto a Roma – e per Fiammetta Fadda, fine conoscitrice gastronomica, sofisticata ed elegante nei gusti alimentari quanto nel vestire e nel portamento.

A puntata conclusa, la sensazione ultima è che, partendo dal cibo, si riescano a intravedere sprazzi di storia personale di chi la portata la propone, e di chi la giudica. Loro, in particolare, sembrano persone per bene. Ma soprattutto, sembrano davvero se stessi. E se Feuerbach avesse ragione? “Siamo ciò che mangiamo”; di conseguenza, siamo anche ciò che cuciniamo. E così, cucinando, ci sveliamo.

Magari, è persino il fine ultimo della cucina stessa: “l’art pour l’art”, in fondo, non ci ha mai convinti.

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