QUEI GIORNI A BUCAREST

Mi sono imbattuta in Quei giorni a Bucarest in una delle serate più divertenti della mia vita, la prima volta che sono andata al Pride Village di Padova. Mi hanno da subito intrigata la trama, la bellissima foto di copertina; l’ho comprato d’impulso, e non me ne sono mai pentita.

L’autore, Stefan B. Rusu, come i due protagonisti è nato e cresciuto a Bucarest.
Il romanzo è ambientato nel 1992, tre anni dopo la caduta del regime di Ceauşescu. Nicu, iscritto alla Facoltà di Giornalismo, viene incaricato dal  giornale universitario con cui collabora di scrivere un articolo sull’adattamento teatrale di Dichiarazione d’amore – film culto di quella generazione – messo in scena dagli studenti del liceo più prestigioso della città. Lì incontra Gabriel, diciassettenne la cui bellezza sfolgorante e quasi eccessiva lo rende oggetto delle attenzioni, moleste o meno, di ragazzi e ragazze.

Tra i due scocca la scintilla e, in barba alla cautela necessaria in un Paese che dichiara: “Non esistono froci in Romania”, non tardano a chiamare il sentimento, l’attrazione che li lega amore – amore non semplice da gestire, perché Gabriel soffre di violentissime crisi di rabbia che minacciano di inquinare il loro rapporto.
Ma la società non è la sola a remare contro la giovane coppia; c’è Vittorio, ad esempio, con cui Nicu si vedeva di nascosto, che del ragazzo è molto innamorato e non intende rinunciare alla loro storia;  c’è l’architetto Andelman, professore universitario nonché padre di Gabriel, che per quanto ami il figlio non riesce ad accettare che sia stato traviato da un uomo. E infine c’è David, fratello maggiore di Gabriel, che non appena viene a conoscenza del fattaccio si premura di frapporsi, fisicamente e a suon di botte, tra il fratello e l’amante.

A fornire ai due innamorati una via di fuga è il talento di Gabriel per la fotografia; una telefonata da Parigi sarà la loro ancora di salvezza, in un finale aperto ma decisamente ottimista.

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