CORRUPTI MORES

Uno dei tanti ritornelli popolari, che negli ultimi anni ho cercato (invano) di sopportare, celebra la spiccata vocazione imprenditoriale delle genti venete. E questo perché, in genere, tale elogio non può prescindere da una comparazione con l’opposta vocazione parassitaria, propria delle genti del Sud.

Ora, che il Veneto esprima un tessuto imprenditoriale di prim’ordine, con vette di nomi celebri nel mondo, è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Però, mi sia concesso di dissentire (poco, poco, piano, piano) sul fatto che i meridionali presentino una naturale propensione a ricercare impieghi statali, solo perché gli unici in grado di tutelarne la risaputa indole oziosa. Sebbene questo concetto venga ormai espresso con la disinvoltura tipica di chi cita un assioma, è probabile che molti (ancora oggi) ignorino le molteplici “insidie” in cui può incappare un imprenditore del Mezzogiorno.

Una di queste è certamente rappresentata dal prelievo (quantomai) coattivo di quella celebre imposta, non connessa ad una specifica prestazione, ma destinata a garanzia della sicurezza pubblica di un’impresa o attività commerciale. Il pizzo non è una legenda, come alcuni osano ancora sostenere. È una delle più ingiuste e violente realtà di questo paese, dinanzi alla quale risultano grottesche certe lamentele, ad esempio, sui metodi di riscossione di Equitalia (cui si imputa di non «tener conto delle difficoltà delle persone»).

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Un’altra storica insidia emerge, in tutta la sua drammatica chiarezza, da una recente operazione («Corrupti Mores»), condotta dalla Questura di Trapani: «Quello di cui facevano parte i Morici è un cartello di imprese che è stato costituito nei primi anni del 2000 nella prospettiva di una serie di grandi appalti che in effetti di lì a poco vennero banditi. In particolare veniva sostenuta da queste imprese, presso le amministrazioni pubbliche, la logica degli appalti concorso, che prevedono l’affidamento dei lavori a imprese con determinate caratteristiche tecniche. In alcuni casi il cartello è risultato in grado di suggerire questi requisiti, in altre occasioni a conoscerli in anticipo».

Si provi, dunque, a “fare impresa” in queste aree e, soprattutto, in queste condizioni, prima di sancire la superiorità imprenditoriale di alcuni o la presunta indolenza congenita in altri: perché dietro l’ostinata ricerca di un posto fisso, spesso, si cela “semplicemente” il bisogno disperato di un’esistenza priva di vili avvertimenti, notti insonni e giorni di paura.

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