MEGLIO RICORDARE AMBROSOLI (BEATA IGNORANZA))

andreotti

Mentre in tv e sui giornali si sprecavano i commiati per la morte di Andreotti, non è passato inosservato un piccolo gesto, ma significativo: nella sala del consiglio regionale lombardo, Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, si è sottratto alla commemorazione del Divo, preferendo uscire dall’aula. A questo fatto se ne riallaccia un altro, non meno degno di nota: in uno studio televisivo, si è creato un gustoso siparietto tra l’on. Comi, parlamentare del pdl, e il filosofo Cacciari.

La prima concordava col commento che, della vicenda, aveva già dato Maroni, governatore della Lombardia: “un gesto inelegante”, scatenando così la reazione apparentemente esagerata di Cacciari. Che l’ha bacchettata, praticamente dandole dell’ignorante, a suon di “legga un libro! Ce ne sono tanti che raccontano la storia di quel periodo!”.
Ma mentre i riflettori si sono accesi su quest’ultima bagarre – quasi come fosse una versione edulcorata e meno mainstream delle ire sgarbiane – , poco si è capito dei motivi del comportamento di Ambrosoli prima e Cacciari poi. Al punto che, con un’analisi meno in superficie, se ne può trarre addirittura una doppia morale.

Intanto: Umberto Ambrosoli è il figlio di Giorgio, il curatore fallimentare assassinato dalla pistola armata da Michele Sindona, a cui si riconduceva la Banca Privata Italiana, più volte accostato al nome di Giulio Andreotti.
Nel 2008 è proprio lui a dichiarare che Ambrosoli era un uomo che “romanescamente parlando, se l’andava cercando”. Un fraintendimento, o forse una voce dal sen fuggita.

Fatto sta che la successiva pezza è peggiore del buco: cercando di scusarsi, Andreotti dirà che intendeva fare riferimento “ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto”.
Il che non faceva altro che rafforzare il significato della prima dichiarazione, a questo punto difficilmente equivocabile: Ambrosoli se l’andava cercando. Quasi a dire che, dato il “difficile incarico”, poteva bene defilarsi e non accettarlo. E così magari il compito sarebbe andato a qualcun altro magari più malleabile alle ragioni del potere, o magari altrettanto ostinato. E così, al suo posto, sarebbe morto un altro.

“Inelegante”, dicono ora Maroni e la Comi. Maroni però la storia la conosce, non fosse altro perchè lui, nel 1979, anno della morte di Ambrosoli, era più che ventenne, e quindi non si può parlare di ignoranza, mentre forse di partigianeria e convenienza politica sì.

Sulla Comi, classe 1983, probabilmente ha ragione Cacciari. E il suo sfogo sembra tanto simile a quello di Nanni Moretti in Palombella Rossa: verrebbe tanto da dire “Ma come parla? Le parole sono importanti!”. Politici, non basta essere giovani per essere puri. Studiate, leggete un libro. Ce ne sono tanti.

Annunci