17 MAGGIO

In occasione della giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia voglio raccontarvi una storia d’amore e di speranza, se non a lieto fine.

Un anno e mezzo fa Shlomo e Mohammed si conoscono su una gay-chat; chiacchierano del più e del meno, diventano amici, si confidano i rispettivi sogni. Quando, dopo circa un anno di frequentazione online, entrambi realizzano di essersi innamorati l’uno dell’altro, cominciano i problemi: problemi non legati tanto alla distanza fisica che li separa, quanto ai loro Paesi d’origine.
Shlomo è israeliano, di famiglia strettamente osservante e anti-araba; Mohammed è palestinese e abita in una città della Cisgiordania nota per essere una delle roccaforti del conservatorismo islamico. Tutto sembra congiurare contro di loro, ma i due ragazzi, invece di abbattersi, decidono comunque d’incontrarsi di persona.

Il primo appuntamento è disastroso, ai limiti dell’incubo. Mohammed, in quanto cisgiordano, per recarsi in Israele e a Gerusalemme -dove Shlomo abita- richiede il nulla osta al ministero dell’Interno israeliano con il pretesto di doversi sottoporre ad una visita medica specialistica impossibile da ottenere in Palestina.

Superati gli ostacoli burocratici, i due riescono finalmente a vedersi: non dicono una parola, si limitano ad abbracciarsi e a piangere. Le vie di Gerusalemme fanno da sfondo al loro primo incontro, ma ben presto le cose si mettono male. Riconosciuti come coppia da alcuni poliziotti israeliani, vengono fermati, subissati di domande e, quando Mohammed ammette di essere cittadino palestinese, scortati alla stazione di polizia più vicina. Vengono interrogati separatamente, subiscono perquisizioni e una violenza psicologica inaudita sotto forma di maniacce, insulti e dileggi. Entrambi i ragazzi temono per le loro vite –soprattutto Mohammed, la cui famiglia sarebbe capace di lavare l’onta di avere un figlio omosessuale e traditore della patria con il suo stesso sangue.

Dopo cinque ore d’interrogatori, fortunatamente senza altre conseguenze, i ragazzi si rivolgono alla Jerusalem Open House Pride and Tolerance, un’organizzazione israeliana che promuove i diritti di gay, lesbiche, transgender e bisessuali fondata nel 1997. Qui parlano dell’accaduto, si fanno forza a vicenda supportati dagli operatori del centro e decidono di sposarsi e lasciare i loro Paesi. Infatti, per quanto Israele riconosca i diritti delle coppie di fatto e anche di coppie gay sposate all’estero, le unioni di qualsiasi tipo tra palestinesi ed israeliani sono, di fatto, vietate.
Decidono quindi di recarsi in Sudafrica, nazione gay friendly; dopo quattro mesi di frequentazioni di nascosto, la coppia vola a Città del Capo; da circa tre mesi sono marito e marito –almeno per i Paesi che riconoscono i matrimoni omosessuali.  Terminata la luna di miele, i due sono stati costretti a tornare a casa e a tenere nascosto il loro matrimonio alle famiglie; in attesa che Shlomo, developing manager per una compagnia che si occupa di marketing online a Tel Aviv, trovi lavoro in Europa (meglio se nel Nord), dove anche Mohammed potrà sfruttare al meglio la sua laurea in Economia, i giovani sposi continuano a vedersi con mille sotterfugi.

A loro, e a tutte le persone che non perdono la speranza, buon 17 maggio.

Annunci